I BENI CULTURALI E LE MARCHE
Loretta Mozzoni, ex director of City Art Gallery in Jesi and Cantiere Culture
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I BENI CULTURALI E LE MARCHE

Loretta Mozzoni, ex director of City Art Gallery in Jesi and Cantiere Culture

Loretta Mozzoni e Lorenzo Lotto...Il mio contatto con il grande pittore veneziano nasce da un principio di necessità. Quando ho vinto il concorso per la direzione della Pinacoteca di Jesi (1986), mi resi subito conto che per far crescere l’istituzione occorreva approfondire le tematiche legate alla pittura del Lotto in relazione alla città e ai luoghi da lui frequentati. La verità è che sono rimasta irretita a poco a poco dal fascino un po’ ambiguo della sua pittura. Lorenzo Lotto è colto e popolare, didascalico e impenetrabile, moderno e arcaico; insomma tutto e il contrario di tutto. La sua biografia poi è una miniera di suggestioni e di spunti anche visivi resi tali dal suo diario (conservato a Loreto) in cui annota, insieme alle più piccole spese, anche stati d’animo, ambienti, persone. L’intreccio tra testo pittorico e testo letterario ci restituisce da una parte l’immutabile carattere dell’indole umana e dall’altra il fascino di un mondo antico e perduto per sempre. Per abito mentale diffido di coloro che hanno sempre delle risposte a tutto e manifestano granitiche certezze. Lotto in questo senso è il campione del dubbio e dell’instabilità emotiva. Ma vince anche quando perde perché sa guardare dentro l’animo umano e non distoglie lo sguardo quando quello che vede non gli piace. La chiamano ‘pietas’, io preferisco ‘compassione’. Capacità di sentire insieme agli altri, di condividere le emozioni e di trovare un possibile senso alle vicende della vita.

Qual è la sua visione delle attività legate ai beni culturali nel territorio marchigiano?Sono spaventata dal pensiero unico che riduce la gestione dei beni culturali a organizzazione di eventi. Non è ovviamente un fenomeno solo marchigiano, ma ha infettato anche la nostra regione. Invece di gestire la conservazione e la valorizzazione dell’arte nei luoghi che l’hanno prodotta si è scelto di utilizzarli per manifestazioni espositive che a volte nascono da spunti puramente effimeri, si nutrono di personaggi di richiamo, guardano poco alla sicurezza delle opere. E soprattutto hanno obbiettivi culturali spesso confusi. Intorno a questo immenso patrimonio si muovono interessi non sempre trasparenti, legati alle stesse organizzazioni e alle stesse persone. Fuori da questo circuito non c’è spazio. Non voglio con questo dire che tutto sia da buttare, ma non si può ridurre la gestione dei beni culturali ad un “mostrificio” fine a se stesso e poi dimenticare e lasciare a se stessi istituzioni culturali di grande consistenza patrimoniale e testimoniale. I Comuni non sono più in grado (o almeno sostengono di non essere più in grado) di gestire queste istituzioni e il rischio sotto gli occhi di tutti è quello della privatizzazione della gestione affidata a soggetti terzi (associazioni, fondazioni, cooperative) che, come tutte le imprese, guarderanno di più alla quantità che alla qualità. Beni culturali da sfruttare e non da tutelare. Credo che sia una fase e che come tutte le cose finirà non appena le conseguenze di una simile concezione salteranno agli occhi di tutti. Ma a quel punto qualche danno (più d’uno per la verità) sarà stato fatto.

Lascia una difficile eredità!Grazie, ma non è così. Io ho avuto la fortuna di lavorare per buona parte della mia vita professionale in un momento in cui ancora si trovavano le risorse per realizzare una buona gestione del bene culturale. Gli enti pubblici- per quanto mai eccessivamente prolifici con la cultura- non facevano mancare gli strumenti essenziali che consentivano il controllo degli aspetti conservativi e lasciavano spazio anche per iniziative di studio e di approfondimento. La situazione è profondamente cambiata con il prevalere della concezione contabile su quella identitaria e culturale. Certo la crisi economica è un dato accertato e grave, ma la risposta non può venire solo da calcoli ragioneristici. Nonostante tutti gli studi di macro-economia dimostrino come la contrazione delle spese sia un errore che non aiuta la ripresa, l’ossessione ormai è quella di far quadrare i bilanci. Si è passati da una gestione allegra e demenziale del denaro pubblico a una di tipo quaresimale e contrattivo. La cosa più grave è che in questa mannaia non incappano solo le risorse economiche, ma anche il turnover del personale. Le istituzioni museali sono lasciate senza dirigenti di settore, in grave carenza di organico, con profonde confusioni nella filiera delle responsabilità. Si tratta di valorizzare chi già è dentro le istituzioni culturali cittadine, assicurando loro il ruolo che gli compete e nello stesso tempo di provvedere a coprire le carenze di organico in modo da consentire una più serena gestione del servizio, in particolare delle aperture e dei rapporti con il pubblico. Una buona gestione delle istituzioni culturali passa attraverso il personale addetto, la sua preparazione e le prospettive di avanzamento che gli si offrono. Senza personale, anche una donazione milionaria non avrebbe modo di essere efficace.

 
 
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