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La cultura popolare passa anche dal crowdfunding

La cultura popolare passa anche dal croudfunding

Gastone Pietrucci
Gruppo di ricerca e canto popolare La Macina
www.macina.net


Quasi cinquant'anni dedicati alla valorizzazione della cultura tradizionale e popolare. Qual è il suo valore e perché ritieni importante averne consapevolezza?

Un valore fondamentale, soprattutto per i giovani. Il nostro è un paese che ha una singolare vocazione a cancellare la sua memoria. Le nostre radici affondano nella cultura e nella civiltà contadina, in quella civiltà dalla quale bene o male discendiamo noi tutti. L’averne distrutto sistematicamente anche il ricordo è stato un errore gravissimo, pagato soprattutto dalle nuove generazioni con crisi di identità e con un vuoto culturale difficilmente colmabile. Quando il presente non ha più “ricordi”, non ha passato e inevitabilmente non avrà nemmeno un futuro.


Dalla condivisione dei valori tradizionali alla condivisione di un progetto nell’era digitale. Come nasce l’idea di mettervi in gioco con il crowdfunding?

Attualmente stiamo vivendo in tempi veramente “feroci”: in Italia la crisi economica ha colpito al cuore la cultura. Ha scritto lucidamente Michele Serra (la Repubblica, 2010): “La cultura, per definizione, non vale niente se non per i suoi frutti umani e sociali. Un paese che se ne dimentica è un paese che non crede più in se stesso”. Erano ormai diversi anni che la Macina progettava un disco live, tanto che era diventato quasi un sogno “proibito”. Il crowdfunding praticamente ci ha dato la possibilità di realizzare questo “sogno” chiedendo ai nostri sostenitori, amici, fan del gruppo, di sostenerci economicamente, diventando insieme a noi produttori di questo live. Ma onestamente devo riconoscere che senza l’aiuto fondamentale di due giovani appassionati ed in qualche misura “folli”, come Filippo Paolasini e Paola Ricci, non saremmo riusciti ad andare da nessuna parte.


Una forma di finanziamento dal basso per dare a tutti la possibilità di riscoprire le proprie radici. Credi che il crowdfunding sia uno strumento efficace per riappropriarsi dei valori comuni e della cultura popolare?

Lo credo fermamente. Io con il mio costante, tenace ed appassionato lavoro di ricerca e La Macina con la riproposta della musica popolare marchigiana, siamo riusciti a creare negli anni un vero e proprio pubblico, a far riscoprire e soprattutto amare la nostra comune cultura popolare. Ora a questo pubblico chiediamo un impegno concreto, una comunione di intenti: basta stare alla finestra o piangerci addosso, facciamo invece qualcosa di concreto, difendendo tenacemente l’esistenza, l’identità e soprattutto la “resistenza” di questo storico gruppo. Ed il pubblico sta rispondendo alla grande, difendendo e facendoci realizzare questo sogno che ormai non è solo de La Macina, ma di tutti noi. Sicuramente, tutti insieme, possiamo compiere questo “piccolo-grande” miracolo, facendo ancora vincere la cultura, l’impegno, la determinazione a non soccombere e la voglia comunque di esserci ad ogni costo! Parafrasando Amedeo Fago e la sua folgorante dichiarazione dell’importanza politica di fare un Festival, posso affermare tranquillamente che anche ricercare, suonare, cantare, incidere dischi di questi tempi, così instabili, duri ed aridi, non è solo un modo di combattere la crisi, l’ignavia, la degradazione, lo sconforto, la rassegnazione, ma anche e soprattutto il silenzio.


“Gastone se canti te lega” è un progetto di video-documentario nei luoghi importanti nella tua ricerca etnomusicale. Parlaci di questa esperienza.

Un’esperienza bellissima. L’idea del progetto era quella di documentare attraverso tanti mini documentari tutto il mio lavoro di ricerca sul campo, quasi cinquantennale, sul territorio marchigiano, ritornando sui luoghi, raccontando dei miei più importanti “informatori”, incontrando tra l’altro una serie di personaggi (musicisti, ricercatori, artisti, gruppi) che io stimo e con i quali ho collaborato in vari progetti musicali. E’ stato come un viaggio a ritroso nel mio passato, nel mio vissuto, nel mio lavoro, senza retorica né compiacimenti, con lo scopo di far conoscere (soprattutto ai giovani) quest’ “altro” mondo, quest’altra realtà. E’ stata come una “ricerca del tempo perduto” e ritrovato ed al tempo stesso “donato” a tutto quel pubblico che in tutti questi anni ha cominciato prima di tutto a conoscere, poi ad amare, insieme a La Macina, la propria cultura, le proprie radici, la propria identità.

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